domenica 8 giugno 2014

Rapporti di responsabilità, una fede guidata dallo Spirito



“La Chiesa deve accettare di essere spogliata per rinascere” intervista a Timothy Radcliffe*, a cura di Céline Hoyeau in “La Croix” del 7 giugno 2014 Quale atteggiamento spirituale adottare di fronte a una Chiesa che pare condannata al declino e alla penuria di preti e di mezzi? La storia della Chiesa francese è segnata da sconvolgimenti periodici. Ciò che è accaduto durante la Rivoluzione era molto più drammatico di ciò che vive oggi: migliaia di preti e di religiose furono uccisi. Dopo ci fu una rinascita totalmente inattesa. Ha poi attraversato, circa un secolo fa, un altro periodo terribile, con l'espulsione dei religiosi dal territorio. La vita della Chiesa è segnata dal passaggio di crisi drammatiche. Questo non ci deve far paura. Esse portano ad una vita nuova. La crisi attuale è minore! Lo Spirito Santo porterà una rinascita, se glielo permettiamo. Come porsi, tra abbandono alla Provvidenza e decisioni realistiche, di fronte al futuro della Chiesa? Preoccuparci per il domani, può paralizzarci. Dobbiamo riflettere su ciò che possiamo fare oggi, tenendo presente ciò che succederà domani. Non dobbiamo restare bloccati di fronte a ciò che succede, ma continuare a mantenere l'iniziativa. Come maestro dell'ordine, dicevo alle province in declino: “Non chiedetevi ciò che dovete smettere di fare, ma ciò che avete voglia di fare”. Allora, la potenza creativa dello Spirito Santo ci rinnoverà. Sarebbe estremamente irrealistico non tener conto della creatività reale di Dio. Possiamo basarci sulla frase che si sente spesso: “Dio provvederà”? Dio provvederà, sì, ma generalmente attraverso di noi. Se prego per un'intenzione, c'è da scommettere che debba essere io stesso la risposta alla mia preghiera. Pregare e restare passivi rimettendo tutto a Dio può talvolta essere frutto una fede molto infantile, che ci priva della nostra responsabilità. Certi vescovi chiudono i seminari, riuniscono le parrocchie. Altri invece ritengono che è “un peccato contro la speranza”. Lei che ne dice? Non ne ho idea. Non sono mai stato parroco, e ancor meno vescovo. È chiaro che delle decisioni devono essere prese dopo aver ascoltato il popolo di Dio, ma non ho un'opinione sulla scelta di chiudere o lasciare aperte delle parrocchie. Può anche essere che il sistema stesso delle parrocchie sia legato al passato rurale della Chiesa e che dobbiamo immaginare altre maniere di essere in comunione gli uni con gli altri. Che cosa possiamo immaginare, allora, per domani, per fare “diversamente”? La tendenza della Chiesa, nei secoli scorsi, è consistita nel difendersi contro la modernità. Abbiamo spesso manifestato paura verso tutto ciò che era nuovo. A partire dal Concilio Vaticano II, la Chiesa ha cominciato a rinunciare a questo atteggiamento timoroso. Abbiamo abbandonato l'atteggiamento difensivo per impegnarci nel caos del mondo reale. È l'invito di papa Francesco. I preti devono lasciare le sacrestie e noi, come comunità, dobbiamo stare accanto alle persone nelle loro lotte. Dobbiamo confrontarci con le esperienze senza aver paura di fare errori. Almeno, se facciamo degli errori, ne trarremo degli insegnamenti! Che cosa occorre abbandonare delle nostre strutture, dei nostri atteggiamenti? A causa del suo atteggiamento difensivo, la Chiesa è stata spesso troppo centralizzatrice, e il Vaticano ha dominato la vita della Chiesa, cercando di controllare più del necessario. Il cardinal Basil Hume (1923-1999, benedettino ed ex arcivescovo di Westminster, NDLR), ha sempre detto che la Curia dovrebbe essere a servizio del governo della Chiesa, attuato dal papa e dai vescovi, e non i vescovi a servizio del governo della Chiesa amministrata dal papa e dalla Curia. Papa Francesco auspica di disfare quelle strutture di controllo eccessivo, che possono impedire le impulsioni libere dello Spirito. Abbiamo bisogno di istituzioni, certo. Nessuna comunità può esistere senza istituzioni, nemmeno una squadra di calcio. Ma il loro ruolo è responsabilizzare i cristiani, non di costringere. Come riorganizzarsi? Questa situazione porta a ridisegnare i rapporti tra responsabilità e sacerdozio? Ogni società in buona salute, come ogni istituzione, dà la parola ai diversi membri della comunità. Abbiamo soprattutto bisogno di trovare il modo di dare una voce forte alle donne nella vita e nell'assunzione di decisioni della Chiesa. Quindi penso sia venuto il momento di una creatività istituzionale, che possa aiutare a parlare e ad ascoltarci gli uni gli altri. La nuova organizzazione del Sinodo dei vescovi, come dovrebbe essere inaugurata in ottobre sul tema della famiglia, dovrebbe contribuire a questo. Lo stesso papa Francesco ha detto che occorre ripensare il modo di esercitare il potere nella Chiesa, che questo potere non deve essere così strettamente legato all'ordinazione. Non vuole clericalizzare le donne, ma declericalizzare la Chiesa. Ci lamentiamo della mancanza di vocazioni perché pensiamo troppo strettamente in termini di vocazioni al presbiterato e alla vita religiosa. Sono vocazioni magnifiche, ma ciascuno ha una vocazione, una chiamata da vivere pienamente uniti a Cristo e per il suo popolo. In che senso questa crisi può rappresentare un'opportunità per la Chiesa? All'avvicinarsi della sua morte e della sua resurrezione, Gesù è stato spogliato di molte cose. Non faceva più alcun miracolo, non era più il centro della folla, una figura circondata da sostenitori e ammiratori. È stato privato dei suoi discepoli che lo hanno rinnegato e sono fuggiti. E infine è stato spogliato dei vestiti e lasciato nudo sulla croce. Tutto questo ha aperto la via al dono inimmaginabile della Resurrezione. Così è per la Chiesa. Noi siamo spogliati nella nostra reputazione, della nostra autorità, della nostra posizione nella società, dei nostri membri. Ma dobbiamo osare credere che anche questo ci preparerà ad una nuova nascita per delle vie che non possiamo anticipare. È un'epoca appassionante per la Chiesa oggi. Si tratta certo di una crisi, evidentemente, ma non dimentichiamo che ci fu l'ultima Cena che è il sacramento della nostra speranza. 

*Timothy Radcliffe: domenicano, inglese, è stato maestro dell'ordine.

sabato 7 giugno 2014

Salmo 34 (33)



L’autore di questo Salmo si rivela come uno degli “anawim”, cioè uno dei “poveri” che cercano Jahweh e in Lui si rifugiano.
Il Salmo 34 (33) è un carme alfabetico dove il vocabolario e le ripetizioni risentono dei metodi didattici dei sapienti orientali. Il suo contenuto è una lode gioiosa che non si può trattenere per se stessi, che dev’essere comunicata a tutti; è anche una benedizione vista in una duplice direzione: parte da Dio e si effonde sull’uomo, sale dall’uomo beneficato per avere come termine Dio. La benedizione che parte da Dio dona all’uomo felicità, successo, dignità. Il fedele risponde “benedicendo” Dio per il suo dono e ringraziandolo per la sconfinata generosità che si effonde nella storia personale e comunitaria, nell’umanità e nel cosmo.
Pur nello stile asciutto che gli è proprio, il Salmista sa usare una simbologia essenziale e originale come nel v. 6 dove dice: “Guardate a lui e sarete raggianti”. Alla simbologia dell’ascolto e della vista, il Salmo 34 (33) associa in modo originale quella del gusto e del cibo (vv. 9.11) considerato come segno di vita, di comunione, di gioia, di dialogo. Per questo nella liturgia cristiana antica e nella catechesi si è fatta spesso una lettura cristologica ed eucaristica del Salmo.


Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore,
ascoltino gli umili e si rallegrino.
Celebrate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore e mi ha risposto
e da ogni timore mi ha liberato.
Guardate a lui e sarete raggianti,
non saranno confusi i vostri volti.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta,
lo libera da tutte le sue angosce.
L'angelo del Signore si accampa
attorno a quelli che lo temono e li salva.


Gustate e vedete quanto è buono il Signore;
beato l'uomo che in lui si rifugia.
Temete il Signore, suoi santi,
nulla manca a coloro che lo temono.
I ricchi impoveriscono e hanno fame,
ma chi cerca il Signore non manca di nulla.
Venite, figli, ascoltatemi;
v'insegnerò il timore del Signore.
C'è qualcuno che desidera la vita
e brama lunghi giorni per gustare il bene?
Preserva la lingua dal male,
le labbra da parole bugiarde.
Sta' lontano dal male e fa' il bene,
cerca la pace e perseguila.

La malizia uccide l'empio
e chi odia il giusto sarà punito.
Il Signore riscatta la vita dei suoi servi,
chi in lui si rifugia non sarà condannato.
 

giovedì 5 giugno 2014

L'amore disvela la realtà al desiderio



È difficile immaginare una celebrazione dell’amore più realista dell’Ultima Cena.
Non ha niente di romantico. Gesù dice ai suoi discepoli semplicemente e liberamente che è arrivata la fine, che uno di loro lo ha tradito, che Pietro lo rinnegherà, che gli altri fuggiranno. Non è una scena da lume di candela in un ristorante, questo è realismo portato all’estremo.
Un amore eucaristico ci fa scontrare in pieno con la complessità dell’amore, con i suoi insuccessi e la sua vittoria finale.
Quali sono le fantasie nelle quali può farci cadere il desiderio? Due, direi. L’una è la tentazione di pensare che l’altra persona sia tutto, tutto quello che cerchiamo, la soluzione a tutti i nostri aneliti. Questo è un capriccio passeggero.
L’altra è non vedere l’umanità dell’altra persona, per farne semplicemente carne da consumo. Questo è lussuria. Queste due illusioni non sono fra loro tanto diverse come può sembrare a prima vista. L’una è il riflesso esatto dell’altra.
Suppongo che tutti noi abbiamo conosciuto momenti di totale incapricciamento, quando qualcuno diventa l’oggetto di tutti i nostri desideri e il simbolo di tutto quello cui abbiamo anelato, la risposta a tutte le nostre necessità. Se non arriviamo ad essere uno con questa persona, allora la nostra vita non ha senso, è vuota. La persona amata giunge ad essere per noi la risposta a quel grande e profondo bisogno che scopriamo dentro di noi. Pensiamo a questa persona tutto il giorno.
Come diceva tanto bene Shakespeare: «Di giorno le mie membra e di notte la mia mente non trovano pace né per me né per te». O, per essere un poco più attuali, la faccia dell’amato è come lo screensaver del nostro computer. Nel momento in cui uno si prepara a pensare ad un’altra cosa, ce l’ha lì. È come una prigione, una schiavitù, ma una schiavitù che non vogliamo lasciare. Divinizziamo la persona amata e la mettiamo al posto di Dio. Certamente quello che stiamo adorando è una nostra proiezione.
Forse ogni vero amore passa per questa fase ossessiva. L’unica cura per questo è vivere giorno per giorno con la persona amata e vedere che non è Dio, ma solamente suo figlio o sua figlia. L’amore comincia quando siamo guariti da questa illusione e ci troviamo faccia a faccia con la persona reale e non con la proiezione dei nostri desideri. Come dice Octavio Paz «l’amore disvela la realtà al desiderio» [cit. Herdman op.cit p. 87].

lunedì 2 giugno 2014

Comunità o vita in comune?



La settimana scorsa, riflettendo sulla “predicazione” di Domenico, dicevamo che per lui la stessa comunità era predicazione. Ma in realtà, “in tutta la tradizione domenicana, fin dalle origini (v. il Capitolo di Bologna), non si parla di comunità. Il termine comunità indica l’Istituzione, il modo di vivere di chi ha fatto una certa scelta. Si parla, invece, di vita comune: ci si preoccupa cioè dello spirito, non della legge” (A. Potente).
E’ una sottolineatura che può sembrare banale o superficiale, ma non mi sembra che sia così. Noi usiamo tranquillamente i due termini come fossero intercambiabili, ma in questa lettura ci dicono invece due cose diverse.
Parlare di comunità è parlare di una Istituzione che si è data delle norme, un modo di stare insieme, che si presenta come una realtà ben precisa al cui interno ci possono essere ruoli definiti: dalla comunità religiosa (che vive in un convento, che ha una responsabile, che ha uno stile piuttosto che un altro..) alla comunità parrocchiale (che vive attorno ad una parrocchia, che ha un parroco o chi per lui, che prevede gruppi di persone con mansioni diverse – i catechisti, i ministranti, ecc -), alla comunità sociale (al cui interno possiamo trovare altre realtà “comunitarie” istituzionalizzate, come le comunità per minori, le comunità di recupero, ecc.).
Ma parlare, invece, di vita in comune è parlare “dello spirito”, cioè parlare del desiderio di vivere insieme. E’ parlare del sogno che appartiene a tutta l’umanità di vivere in comunione e che si realizza in modi molto diversi.
Domenico, che per non pochi anni è stato “spinto” dalla realtà, dalla storia di quel momento, a vivere da solo, non ha mai smesso di coltivare questa dimensione comunitaria della vita, fatta appunto non tanto di regole, strutture, muri, ma di passioni, desideri, ricerca, condivisione, confronti. E questo gli ha permesso poi di saper “vivere in comunità” costituite di donne o di uomini, di giovani o di anziani, di persone completamente diverse da lui o dalla sua cultura.
Davvero il desiderio di vivere in comunione, di sentirsi parte di un tutto che vive, che respira, che ama, appartiene a tutta l’umanità, e ciascuno cerca, anche se a volte non consapevolmente, come realizzarlo nella propria vita. Al di là delle forme istituzionalizzate, dell’arrivare a scegliere una “struttura” piuttosto che un’altra, una comunità piuttosto che un’altra, mi sembra sia importante e bello scoprire in noi questo desiderio, riconoscere i segni del nostro cercare comunione con gli altri, con il cosmo, con Dio, coltivare in ogni momento della nostra vita, con ogni mezzo, questa dimensione comunitaria.