Visualizzazione post con etichetta Domenica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Domenica. Mostra tutti i post

domenica 22 maggio 2016

Realizzazione umana e dinamismo trinitario



Il Padre è la fonte ultima di tutto, fondamento amoroso e comunicativo di quanto esiste. Il Figlio, che lo riflette, e per mezzo del quale tutto è stato creato, si unì a questa terra quando prese forma nel seno di Maria. Lo Spirito, vincolo infinito d’amore, è intimamente presente nel cuore dell’universo animando e suscitando nuovi cammini. (…)
Le Persone divine sono relazioni sussistenti, e il mondo, creato secondo il modello divino, è una trama di relazioni. Le creature tendono verso Dio, e a sua volta è proprio di ogni essere vivente tendere verso un’altra cosa, in modo tale che in seno all’universo possiamo incontrare innumerevoli relazioni costanti che si intrecciano segretamente. Questo non solo ci invita ad ammirare i molteplici legami che esistono tra le creature, ma ci porta anche a scoprire una chiave della nostra propria realizzazione. Infatti la persona umana tanto più cresce, matura e si santifica quanto più entra in relazione, quando esce da sé stessa per vivere in comunione con Dio, con gli altri e con tutte le creature. Così assume nella propria esistenza quel dinamismo trinitario che Dio ha impresso in lei fin dalla sua creazione. Tutto è collegato, e questo ci invita a maturare una spiritualità della solidarietà globale che sgorga dal mistero della Trinità.

Papa Francesco, Laudato sii, nn. 238, 239 passim

sabato 14 maggio 2016

Holy Spirit You are welcome here!




"Holy Spirit" (By Francesca Battistelli)

There's nothing worth more
That could ever come close
No thing can compare
You're our living hope
Your presence, Lord
I've tasted and seen
Of the sweetest of loves
Where my heart becomes free
And my shame is undone
Your presence, Lord

[Chorus:]
Holy Spirit, You are welcome here
Come flood this place and fill the atmosphere
Your glory, God, is what our hearts long for
To be overcome by Your presence, Lord
Your presence, Lord

There's nothing worth more
That could ever come close
No thing can compare
You're our living hope
Your presence, Lord
I've tasted and seen
Of the sweetest of loves
Where my heart becomes free
And my shame is undone
Your presence, Lord

[Chorus]

[x4:]
Let us become more aware of Your presence
Let us experience the glory of Your goodness

[Chorus]

sabato 16 aprile 2016

Amore infinito e incrollabile del Bel Pastore


Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perché «nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore».
Chi rischia, il Signore non lo delude, e quando qualcuno fa un piccolo passo verso Gesù, scopre che Lui già aspettava il suo arrivo a braccia aperte. Questo è il momento per dire a Gesù Cristo: «Signore, mi sono lasciato ingannare, in mille maniere sono fuggito dal tuo amore, però sono qui un’altra volta per rinnovare la mia alleanza con te. Ho bisogno di te. Riscattami di nuovo Signore, accettami ancora una volta fra le tue braccia redentrici». Ci fa tanto bene tornare a Lui quando ci siamo perduti! Insisto ancora una volta: Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia. Colui che ci ha invitato a perdonare «settanta volte sette» (Mt 18,22) ci dà l’esempio: Egli perdona settanta volte sette. Torna a caricarci sulle sue spalle una volta dopo l’altra. Nessuno potrà toglierci la dignità che ci conferisce questo amore infinito e incrollabile. Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia. Non fuggiamo dalla risurrezione di Gesù, non diamoci mai per vinti, accada quel che accada. Nulla possa più della sua vita che ci spinge in avanti!

Franciscus, Evangelii Gaudium, n. 3

domenica 27 marzo 2016

Buona Pasqua! Una riflessione fresca di questa notte santa!



Pasqua è il giorno in cui celebriamo la vita, perché Cristo Risorto ha decretato la morte della morte, perché il Vivente l’ha sconfitta e con lui, noi l’abbiamo già sconfitta nella nostra stessa carne. Pasqua indica questo passaggio, ma forse lo sapevamo già ...   Quello che non sappiamo o che non vogliamo sapere … o che non vogliamo accogliere … o ricordarci, portare al cuore è che la Pasqua ci chiede di prendere posizione. Oggi, questa Grande Festa, ci chiede non solo di far memoria di questo grande evento di Salvezza, ma ci chiede di prendere una posizione: essere testimoni e annunciatrici della Resurrezione.
La resurrezione è anche quando la vita che stai vivendo si gira di colpo e ti guarda negli occhi e ti chiede: ma che senso ha tutto questo? Spesso è qualcosa legato alla morte o all’amore, spesso a entrambe … Ma può anche essere nascosto tra le righe di un libro, dentro le sfumature di un quadro, nelle parole di un amico, di un medico, di una suora, di un prete, appeso alle note di una melodia … è come se la vita fosse in agguato dall’inizio e non aspettasse altre che chiederti: che senso ha tutto quello che stai facendo? A un gruppo di donne, una mattina di nuovi inizi, questa domanda arriva dal fondo di un sepolcro vuoto, loro stringono tra le mani vasetti di profumo diventati improvvisamente inutili e si chiedono: che senso ha tutto questo? Siano benedetti gli scarti improvvisi della vita, la resurrezione è la vita che ci interroga e reclama un Senso nuovo, buono, promettente. Resurrezione è iniziare a vivere con questa domanda radicata nel cuore.
Una luce improvvisa, i giorni si illuminano, ombre che si credevano eterne improvvisamente si sciolgono. Come quando ci si innamora e ci si chiede come era possibile vivere prima. Prima dei suoi occhi, prima delle sue mani, prima delle sue parole. Prima. La resurrezione inizia quando la vita è come raggiunta da una luce nuova che divide il tempo in un prima e un dopo. Che illumina tutto il resto. All’inizio può fare paura, è incandescente l’amore, toglie il fiato, piega le gambe. Poi, aperti gli occhi, ogni cosa è trasfigurata.
Oppure resurrezione è come ricominciare a cercare. Come risvegliati da un sonno troppo lungo. Comprendere la resurrezione è ricominciare a cercare un modo nuovo di essere donne e uomini, è risvegliare la curiosità, è rimettere in moto l’entusiasmo, è ricominciare a pensare, a leggere, a confrontarsi … Non puoi descrivere la resurrezione ma puoi ricominciare a vivere da rabdomante di vita: aprendo ancora i sensi, ascoltando. La resurrezione puoi viverla … come quando senti in cuore una voce che dice “perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui…” e l’assenza del presente non è altro che sete di verità, resurrezione è ri-partire a cercare il Vivente dentro le pieghe di una vita che torna a mostrarsi promettente.
Oggi, Pasqua, è chiesto a noi di nutrirci per poi far mangiare gli altri. Alla messa ascolteremo l’annuncio della vita dopo la morte, la gioia della resurrezione, facciamone una seminagione di speranza fuori dalla Chiesa: nel terreno della nostra vita e soprattutto nella terra degli altri con cui condividiamo il tempo, le gioie, le fatiche, il lavoro, gli affetti.
Prendiamo la parola, prendiamo posizione, perché altrimenti altri prenderanno il nostro posto e, quel che è peggio, ci imporranno la loro posizione spacciandola magari per quella di Dio. Facciamoci abitare dalla sua grazia e saremo testimoni della bellezza del Risorto.
La Chiesa primitiva portava in sé una convinzione straordinaria: di vivere, nella storia presente, già da risorti! Per cui possiamo dire che i primi cristiani non professavano tanto una fede “in una risurrezione” dopo la morte, ma la splendida possibilità d’una vita risorta qui ed ora. E insieme credevano che questa possibilità, è derivata loro dalla morte e resurrezione di Gesù, il Cristo, primizia della vita nuova (cfr. 1Cor 15, 20). Nella Chiesa delle origini, circolava un detto, poi incastonato nell’apocrifo di Filippo: “Chi non vive da risorto da questa parte, non vivrà da risorto neanche dall’altra”. È qui che si radica e risplende la grande e bella novità del cristianesimo: possibilità di vivere una vita nuova, una vita “altra”, ovvero risorta, nel quotidiano della nostra storia. Una vita cioè qualitativamente così grande e profonda, che neanche la morte potrà mai toccare.
È interessante che la prima a far visita al sepolcro all’alba del nuovo giorno sia la Maddalena, la donna che si è sentita amata in modo folle dal suo Signore. Questa donna credette all’amore, perché l’ha sperimentato nella sua carne … e per questo torna a quel sepolcro, perché sa che l’amore è fedele: non può abbandonare. Torna a quel sepolcro perché sa che il seme è caduto in quel terreno e quindi sa anche che proprio in quel medesimo terreno sboccerà, porterà frutto e questa volta per sempre. Infatti alle prime luci dell’alba lo incontra, lo abbraccia e l’amato le dirà: “Non mi trattenere, ma va dai miei fratelli” (v. Gv 20, 17). Questa è la Pasqua: Io sono l’amore fedele – dice Gesù – ma se vuoi continuare ad abbracciarmi, ad essere unito a me, a sperimentarmi nella tua carne, ora porta questo amore, questa fedeltà, questa logica dell’amore che sa andare sino alla fine, alle mie sorelle e ai miei fratelli, vivilo lì, in mezzo ai tuoi.

Ho la possibilità di incontrare Dio nella Chiesa dove ascolto la sua Parola e accolgo il dono dello Spirito. San Paolo ci esorta a celebrare “Cristo nostra Pasqua” “non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azimi di sincerità e di verità”.
Amo il sogno e programma di Gesù: l’edificazione del Regno. Per questo vorrei vedere la Chiesa sempre più convertita al Vangelo. Una Chiesa in cui la donna occupi il posto desiderato da Gesù … Impegnarmi con la vita affinché la Chiesa venga riconosciuta amica dei peccatori,  una Chiesa che va in cerca dei “lontani”, che accoglie, ascolta e accompagna coloro che soffrono … una Chiesa dalle braccia spalancate e dal cuore grande … una Chiesa che non assuma “uno stile di controllo, di durezza, di normatività” (Papa Francesco), ma che annunci con fedeltà e misericordia l’amore di Dio conosciuto nella vita di Gesù che non ha esitato a dare la vita per tutti. Una Chiesa in cui la frequenza ai Sacramenti porti a farsi pane spezzato per gli altri, porti attenzione, cura e custodia per i più piccoli e deboli, per gli "invisibili", per gli ammalati, gli anziani e le persone sole che occupano un posto speciale nel cuore di Dio che è Padre e anche Madre. Una Chiesa in cui chiediamo al Signore che allontani in lei ogni indifferenza, ogni forma di competizione e di esclusione, Lui che non spegne il lucignolo fumigante né la canna incrinata, Lui che è davvero un Dio di misericordia.
Buone Resurrezioni, quindi, per tutti gli ambiti della nostra vita in cui ne abbiamo bisogno e il desiderio, che si fa preghiera, è che possiamo srotolare, aiutandoci, le pietre dei nostri sepolcri le une per le altre, in modo da poter correre a dare l’annuncio come Gesù Nostro Fratello ci ha detto di fare … Che possiamo sentirci tutte custodite nell’abbraccio di Dio e che possiamo cercare le vie dell’amore che sentiamo nel cuore e nelle belle Relazioni che Lui ci donerà.
Signore Gesù tu ci doni di rivivere i giorni della tua morte e risurrezione. Donaci la tenerezza di Maria di Betania che ti unse con l’olio profumato, la fedeltà delle donne del Vangelo che ti seguirono fino alla croce. Insegnaci ad accoglierci come tu ci hai accolti. Hai voluto condividere la sorte degli ultimi, dei crocifissi apri anche in nostri occhi sulla umanità più debole più povera e indifesa.
Signore Gesù sei morto e risorto non solo per noi, ma per la salvezza di tutte le genti. Ti affidiamo il cammino dei popoli, fa che cessi il terrore delle armi e vincano le ragioni del dialogo. Rispenda il tuo Amore gratuito ora e per tutti i secoli.
Signore Gesù fa che il segno che tu sei veramente risorto siano le nostre porte aperte, i nostri cuori accoglienti, la nostra solidarietà così daremo testimonianza di te in attesa di contemplare a viso scoperto la tua Gloria.
Signore Gesù con la tua Resurrezione ci chiami alla libertà, alla giustizia, alla pace ma ci chiami anche all’amicizia. In un mondo assediato dall’efficientismo e dai calcoli umani, insegnaci la gratuità degli affetti e la fedeltà dei sentimenti.
Signore Gesù allontana la nostra vita dalle visioni del fallimento e della morte. Dona speranza e voglia di ri-cominciare ai cuori delusi e affaticati. Fa' che ti serviamo nelle sorelle e nei fratelli sostenendo la speranza e sorreggendo la vita perché tu sei il segno del Dio vivente e vivificante ora e sempre. E così sia.

Ale Zambelli

sabato 20 febbraio 2016

La Trasfigurazione di Gesù secondo il Beato Angelico

La Trasfigurazione di Gesù Cristo è un dipinto murale, eseguito tra il 1438 ed il 1440 circa, ad affresco, da Guido di Pietro, detto Beato Angelico (1395 ca. – 1455), situato  nella cella 6 del dormitorio, al primo piano, nel Convento di San Marco, oggi sede del Museo Nazionale di San Marco di Firenze.

La pittura del Beato Angelico, che apparteneva all’Ordine dei Frati Predicatori, o Domenicani, con il nome di Fra Giovanni, è totalmente al servizio della predicazione evangelica; apparentemente semplice, è ricca di simbologie bibliche e teologiche.

La luce a forma di mandorla che avvolge Gesù rappresenta la presenza di Dio. Nel brano della trasfigurazione, infatti , è Dio stesso che parla dicendo: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!” (Lc 9,35). Al tempo stesso la mandorla è simbolo di interiorità. Gesù manifesta la sua natura divina, che normalmente è velata nelle sembianze umane.

Mosé viene rappresentato con due raggi di luce sul capo, che indicano la luminosità di chi è stato al cospetto di Dio per ricevere da lui la Legge.
Appena sotto troviamo Maria in atteggiamento di preghiera e di ascolto.
Il profeta Elia è tradizionalmente rappresentato calvo. È il profeta degli ultimi tempi perché di lui si dice che non fosse morto, ma rapito in cielo su un carro di fuoco, per ritornare al tempo del Messia. Sotto di lui, in preghiera, san Domenico, fondatore dell’Ordine dei Predicatori.
I tre discepoli che assistono all’episodio rappresentano i tre atteggiamenti dell’uomo di fronte alla rivelazione del mistero di Dio in Gesù.
Il primo è Pietro, che resta sbigottito e quasi intimorito da ciò che vede; Giacomo cerca di ripararsi il volto dalla troppa luce e infine Giovanni si mette in preghiera per adorare.

In particolare quest’opera insegna che tutta la Scrittura parla di Gesù, e solo considerando la Bibbia nel suo insieme di Antico e Nuovo Testamento è possibile capire chi è Gesù e scoprire il mistero profondo della sua persona, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo; di lui hanno parlato le scritture di Israele riassunte nelle figure di Mosé, considerato l’autore del Pentateuco, e di Elia, il rappresentante della profezia.
Le braccia aperte a forma di croce indicano che è nel mistero della croce che Gesù rivela pienamente il volto amorevole del Padre.

Da “La sabbia e le stelle" SEI 2014

domenica 16 agosto 2015

L'Eucaristia è Gesù stesso che si dona interamente a noi


“Vivere in comunione concreta, reale con Gesù su questa terra ci fa già passare dalla morte alla vita”. E’ quanto ha affermato Papa Francesco all’Angelus, in piazza San Pietro, riferendosi alla liturgia odierna che presenta il Vangelo in cui Gesù ribadisce di essere il pane vivo disceso dal cielo. 
Il discorso di Gesù sul Pane della vita, al centro del Vangelo di oggi, può portare a porsi delle domande. Cosa significa – chiede Papa Francesco - mangiare la carne e bere il sangue di Gesù? E’ solo un immagine, un simbolo o indica qualcosa di reale? Nell’Ultima Cena il pane e il vino – spiega il Santo Padre - diventano realmente il suo Corpo e il suo Sangue:
“E’ l’Eucaristia, che Gesù ci lascia con uno scopo preciso: che noi possiamo diventare una sola cosa con Lui. Infatti dice: ‘Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui’ (v. 56). Quel rimanere: Gesù in noi e noi in Gesù. La comunione è proprio una assimilazione: mangiando Lui, diventiamo come Lui. Ma questo richiede il nostro ‘sì’, la nostra adesione alla fede”.
A volte riguardo alla Santa Messa – osserva il Papa – capita di sentire questa obiezione:
“Ma a cosa serve la Messa? Io vado in chiesa quando me la sento, o prego meglio in solitudine”. Ma l’Eucaristia non è una preghiera privata o una bella esperienza spirituale”.
Non è – aggiuge il Santo Padre - “una semplice commemorazione di ciò che Gesù ha fatto nell’Ultima Cena”:
“Noi diciamo, per capire bene, che l’Eucaristia è ‘memoriale’, ossia un gesto che attualizza e rende presente l’evento della morte e risurrezione di Gesù: il pane è realmente il suo Corpo donato per noi, il vino è realmente il suo Sangue versato per noi. L’Eucaristia è Gesù stesso che si dona interamente a noi”.
Se vissuta con fede, la comunione eucaristica – afferma il Pontefice - trasforma la nostra vita “in un dono a Dio e ai fratelli”:
“Nutrirci di quel ‘Pane ’ significa entrare in sintonia con il cuore di Cristo, assimilare le sue scelte, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. Significa entrare in un dinamismo di amore e diventare persone di pace, persone di perdono, di riconciliazione, di condivisione solidale”.
Dopo l’Angelus, il Papa  ha rivolto un saluto speciale ai giovani del Movimento Giovanile Salesiano, radunati a Torino per celebrare il bicentenario della nascita di San Giovanni Bosco. Li ha incoraggiati “a vivere nel quotidiano la gioia del Vangelo, per generare speranza nel mondo”.
 
2015-08-16 Radio Vaticana

domenica 7 giugno 2015

Questo è il mio corpo dato per voi



Questo è il corpo che io ho, ed è ciò che io sono, diventando più anziano, più pingue, perdendo i capelli, evidentemente mortale. Devo trovarmi a mio agio con il corpo degli altri, i belli e i brutti, i malati e i sani, i vecchi e i giovani, maschi e femmine. San Domenico fondò l’Ordine per salvare gli uomini dalla tragedia di una religione dualista, che condannava come cattivo questo mondo creato. Centrale alla nostra tradizione fin dall’inizio, è l’apprezzamento della corporeità. E’ qui che Dio viene ad incontrarci e a redimerci, divenendo un essere umano di carne e sangue come noi. Il sacramento centrale della nostra fede è la partecipazione al suo corpo; la nostra speranza finale è la risurrezione del corpo. Il voto di castità non è un rifugio dalla nostra esistenza corporale. Se Dio è divenuto carne e sangue, anche noi possiamo osare di fare lo stesso. Scopriamo ciò che significa per noi essere corporali in quel crescendo della vita di Gesù, quando ci offre il suo corpo: “Questo è il mio corpo, dato per voi”. Qui vediamo che il corpo non è solo un cumulo di carne, un fascio di muscoli, sangue e grasso. L’Eucarestia ci mostra la vocazione dei nostri corpi umani: divenire dono reciproco, la possibilità di comunione. Qui il corpo è visto nella sua profonda identità, non come un cumulo di carne, ma come un segno sacramentale di presenza… Il predicatore porta la Parola alla sua espressione non già mediante le parole, ma per mezzo di tutto ciò che noi siamo. La compassione di Dio cerca di divenire carne e sangue in noi, nella nostra tenerezza, perfino nel nostro volto. Nell’Antico Testamento, spesso troviamo la preghiera che il volto di Dio possa risplendere su di noi. Questa preghiera ha trovato una risposta definitiva nella forma di un volto umano, il volto di Cristo. Egli sofferma il suo sguardo sul giovane ricco, lo ama e gli chiede di seguirlo; sofferma il suo sguardo su Pietro, nell’atrio, dopo il suo tradimento; sofferma il suo sguardo su Maria Maddalena nel giardino e la chiama per nome. Come predicatori, in carne e sangue, possiamo dare corpo a quel compassionevole sguardo di Dio. La nostra corporeità non è esclusa dalla nostra vocazione. “L’uomo che è sia predicatore che fratello può imparare, soffrendo e probabilmente attraverso tanti diseguali progressi, ciò che significa essere un volto di Dio, precisamente nell’avere un volto umano, un volto che può sorridere, ridere, piangere e sembrare annoiato... E’ nell’intera nostra unicità e individualità, eternamente valida e desiderata da Dio, che noi siamo pure la rivelazione, la manifestazione, l’espressione di Colui che è l’Unico Verbo scaturito da tutta l’eternità dal silenzio di Dio”. La vera purezza di cuore non consiste nell’essere liberi dalla contaminazione di questo mondo. E’ più nell’essere pienamente presenti in ciò che facciamo e siamo, con un volto e un corpo che esprime noi stessi, al di là dell’inganno e della doppiezza. I puri di cuore non si nascondono dietro i loro volti, con fare guardingo. I loro volti sono trasparenti, non mascherati, con la nudità e la vulnerabilità di Cristo. Essi possiedono la sua libertà e spontaneità. “Solo chi ha un cuore puro, può sorridere in una libertà che crea libertà negli altri”. È strano che non ci venga bene parlare di questo, perché il cristianesimo è la più corporale delle religioni. Crediamo che è stato Dio a creare questi corpi e a dire che erano cosa molto buona. Dio si è fatto corpo fra di noi, essere umano come noi. Gesù ci ha dato il sacramento del suo corpo e ha promesso la resurrezione dei nostri corpi. Sicché dovremmo sentirci a casa nella nostra natura corporale, appassionata...  Dio si è incarnato in Gesù Cristo, ma forse noi stiamo ancora imparando ad incarnarci nei nostri stessi corpi. Dobbiamo scendere dalle nuvole! Il corpo non è solo una cosa che possiedo, sono io, è il mio essere come dono ricevuto dai miei genitori e dai loro prima di loro e, in ultima istanza, da Dio. Per questo quando Gesù dice «Questo è il mio corpo, offerto per voi» non sta disponendo di qualcosa che gli appartiene, sta passando agli altri il dono che lui è. Il suo essere è un dono del Padre che Egli sta trasmettendo. Avvicinarci al mistero dell’amore significa anche amare, persone concrete, alcune con amicizia, altre con profondo affetto (…). Nell’Ultima Cena Gesù prende il pane e lo dà ai discepoli dicendo: «questo è il mio corpo offerto per voi». Egli consegna se stesso. Invece di prendere il controllo su di loro, si consegna ai discepoli perché facciano di lui quello che vogliono. E noi sappiamo quello che ne faranno. È l’immensa vulnerabilità dell’amore vero. 
Timothy Radcliffe, domenicano

domenica 31 maggio 2015

All'origine c'è un legame d'amore





Santissima Trinità - Anno B

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Sulla teologia della Trinità il Vangelo non offre formule o teorie, ma il racconto del monte anonimo di Galilea e dell'ultima missione affidata da Gesù agli apostoli.
Tra i quali però alcuni ancora dubitavano. E la reazione di Gesù alla difficoltà, alla fatica dei suoi è bellissima: non li rimprovera, non li riprende, ma, letteralmente, si fa vicino. Dice Matteo: «Gesù avvicinatosi a loro…». Ancora non è stanco di avvicinarsi, di farsi incontro. Eternamente incamminato verso di me, bussa ancora alla mia porta. E affida anche a me, nonostante le mie incertezze, il Vangelo.
Battezzate ogni creatura nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito. I nomi che Gesù sceglie per mostrare il volto di Dio, sono nomi che vibrano d'affetto, di famiglia, di legami. Padre e Figlio, sono nomi che l'uno senza l'altro non esistono: figlio non c'è senza padre, né il padre è tale se non ha figli. Per dire Dio, Gesù scegli nomi che abbracciano, che si abbracciano, che vivono l'uno dell'altro.
Il terzo nome, Spirito Santo, significa alito, respiro, anima. Dice che la vita, ogni vita, respira pienamente quando si sa accolta, presa in carico, abbracciata.
Padre, Figlio, Respiro santo: Dio non è in se stesso solitudine, l'oceano della sua essenza vibra di un infinito movimento d'amore. Alla sorgente di tutto, è posta la relazione. In principio a tutto, il legame. E qui scopro la sapienza del vivere, intuisco come il dogma della Trinità mi riguardi, sia parte di me, elemento costitutivo di Adamo, creato da principio «a sua immagine e somiglianza». In questa frase, decisiva per ogni antropologia cristiana, mi è rivelato che Adamo non è creato semplicemente ad immagine di Dio, Creatore o Verbo o Spirito, ma più esattamente, e più profondamente, a somiglianza della Trinità. A immagine di un Padre che è la fonte della vita, a immagine di un Figlio che mi innamora ancora, di uno Spirito che accende di comunione tutte le nostre solitudini.
La natura ultima dell'uomo è di essere legame d'amore. Io sono uomo quanto più sono simile all'amore.
Fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli... Il termine battezzare nella sua radice significa immergere. Immergete, dice Gesù, ogni creatura dentro l'oceano dell'amore di Dio, rendetela consapevole che in esso siamo, ci muoviamo, respiriamo.
Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Non dimentichiamo mai questa frase, non lasciamola dissolversi, impolverarsi. Sono con voi, senza condizioni, dentro le vostre solitudini, dentro gli abbandoni e le cadute, dentro la morte. Nei giorni in cui credi e in quelli in cui dubiti; quando ti sfiora la morte, quando ti pare di volare. Nulla, mai, ti separerà dall'amore.

Ermes Ronchi

sabato 23 maggio 2015

Lo Spirito ci fa liberi, è vento nel mare di Dio




Domenica di Pentecoste - Anno B

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».



Gli Atti degli apostoli raccontano la Pentecoste con i colori dei simboli: il primo è la casa. Mentre si trovavano tutti insieme... un vento riempì la casa.
Un gruppo di uomini e donne dentro una casa qualunque: »la gioia che nessun tempio /ti contiene /o nessuna chiesa /t'incatena:/Cristo sparpagliato/ per tutta la terra,/ Dio vestito di umanità». (Turoldo).
Le case, le creature non sono sante perché ricevono l'acqua benedetta, ma sono degne di ricevere l'acqua benedetta perché sono sante.
Venne dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, che scuote la casa, la riempie, dilaga e passa oltre; un vento che porta pollini di primavera e «non lascia dormire la polvere» (Turoldo). Che è, al tempo stesso, brezza e uragano, che conforta e incalza.
«Lo Spirito santo è il vento che fa nascere i cercatori d'oro» (Vannucci), che apre respiri ed orizzonti, che riempie le forme, le abbandona e passa oltre.
Apparvero lingue come di fuoco che si posarono su ciascuno. Il fuoco è il simbolo di Dio e della nostra vita accesa.
Gli uomini, i bambini, nascono accesi, poi i colpi della vita possono spegnerci. E lo Spirito Santo, vento sugli abissi, Amore in ogni amore, viene a sostenerci nel compito di non lasciarci invadere dal freddo delle relazioni, il rischio che Gesù denuncia: «L'amore di molti si raffredderà in quei giorni» (Mt 24,12).
Nel vangelo Gesù sembra ritrarsi e aprire l'era dello Spirito: Molte cose ho ancora da dirvi. Lo fa con umiltà: non pretende di aver risolto o detto tutto, molte cose restano non dette, molti problemi nuovi sorgeranno lungo il cammino e dovranno avere risposte nuove!
Ma per ora non potete portarne il peso: la sua pazienza per la nostra povera misura, per noi che capiamo a poco a poco le cose. I discepoli sono "quelli della via", secondo gli Atti degli apostoli; quelli che sono in viaggio, vele che fremono sotto il vento dello Spirito "lui vi guiderà alla verità tutta intera". I discepoli di Gesù non sono stanziali, camminano verso le "molte cose" ancora da scoprire, verso profondità e intuizioni inattese. La nostra vita è un albeggiare continuo, non un ripetere pensieri già pensati da altri.
La Bibbia risuona da un capo all'altro di un imperativo: alzati e va'! Il verbo più caratteristico dell'uomo di Dio è camminare, avanzare, Gesù stesso dice di sé: Io sono la via.
La sua pedagogia non è arrivare o concludere ma avviare percorsi, iniziare processi: la verità completa è avanti, una scoperta progressiva, un fiorire perenne.
Lo Spirito ci fa liberi e creativi, ci manda al largo nel mare della storia e di Dio, a scoprire nuovi mari quanto più si naviga: noi la vela e lo Spirito il vento.
(Letture: Atti 2,1-11; Salmo 103; Galati 5,16-25; Giovanni 15,26-27;16,12-15).

Padre Ermes Ronchi

domenica 5 aprile 2015

Risorgi





Risorgi, ora che la paura
domina la speranza.

Risorgi e donaci parole coraggiose
e spighe di calore,
affinché questa generazione
spezzi le catene.

Risorgi e donaci pace nei cuori
non più abitati dalla gioia,
tu che ci accogli senza
soffocare il nostro grido.

Risorgi e donaci la pazienza,
unica cura,
quando il male è scaltro.

Risorgi e donaci occhi
lacrimanti di stupore.

Risorgi, silenzioso,
a riempire la casa di luce.



Don Luigi Verdi

domenica 29 giugno 2014

Bagnati dal sole

Non c’è più pericolo
ora che siamo qui.
Anche questo ostacolo
ora ha senso è così.

Sento che oramai siamo vivi
a un passo da noi,
senza più strategie,
siamo qui a un passo da noi
bagnati dal sole
bagnati dal sole
Ho vissuto in bilico
mi è servito è così
ma non è stato facile
stare in piedi
stare qui
Sento che oramai siamo vivi
a un passo da noi,
senza più strategie,
siamo qui a un passo da noi

bagnati dal sole
bagnati dal sole

sento che oramai
siamo vivi
a un passo da noi

bagnati dal sole
bagnati dal sole
bagnati dal sole
bagnati dal sole…


La vita ci ha fatto intuire la sua pienezza e non chiedevamo altro… eravamo ad un passo dal nostro vero essere…  dal meglio di noi…bagnati, immersi in una luce che apriva orizzonti e scaldava l’anima.

Come avremmo voluto che quella fosse la nostra condizione stabile, invece incontriamo la fatica della quotidianità, delle contraddizioni, delle fragilità nostre e altrui…
E non è facile!

Ma aver sperimentato la vita vera, ci deve spingere a cercarla ancora, e forse anche a chiedere con più forza che si realizzi stabilmente in noi e in ciascuno.

E nel compimento della nostra vita, quando il Signore ci si manifesterà pienamente… non ci sarà più bisogno di mediazioni, di strategie, saremo stabilmente inondati dalla sua presenza amante.


Ma ora che siamo nostalgicamente in bilico… inesorabilmente sempre ad un passo da noi…  siamo comunque qui, vivi e in piedi, e anche se non è facile continuiamo a camminare e acceleriamo il passo…

domenica 8 giugno 2014

Rapporti di responsabilità, una fede guidata dallo Spirito



“La Chiesa deve accettare di essere spogliata per rinascere” intervista a Timothy Radcliffe*, a cura di Céline Hoyeau in “La Croix” del 7 giugno 2014 Quale atteggiamento spirituale adottare di fronte a una Chiesa che pare condannata al declino e alla penuria di preti e di mezzi? La storia della Chiesa francese è segnata da sconvolgimenti periodici. Ciò che è accaduto durante la Rivoluzione era molto più drammatico di ciò che vive oggi: migliaia di preti e di religiose furono uccisi. Dopo ci fu una rinascita totalmente inattesa. Ha poi attraversato, circa un secolo fa, un altro periodo terribile, con l'espulsione dei religiosi dal territorio. La vita della Chiesa è segnata dal passaggio di crisi drammatiche. Questo non ci deve far paura. Esse portano ad una vita nuova. La crisi attuale è minore! Lo Spirito Santo porterà una rinascita, se glielo permettiamo. Come porsi, tra abbandono alla Provvidenza e decisioni realistiche, di fronte al futuro della Chiesa? Preoccuparci per il domani, può paralizzarci. Dobbiamo riflettere su ciò che possiamo fare oggi, tenendo presente ciò che succederà domani. Non dobbiamo restare bloccati di fronte a ciò che succede, ma continuare a mantenere l'iniziativa. Come maestro dell'ordine, dicevo alle province in declino: “Non chiedetevi ciò che dovete smettere di fare, ma ciò che avete voglia di fare”. Allora, la potenza creativa dello Spirito Santo ci rinnoverà. Sarebbe estremamente irrealistico non tener conto della creatività reale di Dio. Possiamo basarci sulla frase che si sente spesso: “Dio provvederà”? Dio provvederà, sì, ma generalmente attraverso di noi. Se prego per un'intenzione, c'è da scommettere che debba essere io stesso la risposta alla mia preghiera. Pregare e restare passivi rimettendo tutto a Dio può talvolta essere frutto una fede molto infantile, che ci priva della nostra responsabilità. Certi vescovi chiudono i seminari, riuniscono le parrocchie. Altri invece ritengono che è “un peccato contro la speranza”. Lei che ne dice? Non ne ho idea. Non sono mai stato parroco, e ancor meno vescovo. È chiaro che delle decisioni devono essere prese dopo aver ascoltato il popolo di Dio, ma non ho un'opinione sulla scelta di chiudere o lasciare aperte delle parrocchie. Può anche essere che il sistema stesso delle parrocchie sia legato al passato rurale della Chiesa e che dobbiamo immaginare altre maniere di essere in comunione gli uni con gli altri. Che cosa possiamo immaginare, allora, per domani, per fare “diversamente”? La tendenza della Chiesa, nei secoli scorsi, è consistita nel difendersi contro la modernità. Abbiamo spesso manifestato paura verso tutto ciò che era nuovo. A partire dal Concilio Vaticano II, la Chiesa ha cominciato a rinunciare a questo atteggiamento timoroso. Abbiamo abbandonato l'atteggiamento difensivo per impegnarci nel caos del mondo reale. È l'invito di papa Francesco. I preti devono lasciare le sacrestie e noi, come comunità, dobbiamo stare accanto alle persone nelle loro lotte. Dobbiamo confrontarci con le esperienze senza aver paura di fare errori. Almeno, se facciamo degli errori, ne trarremo degli insegnamenti! Che cosa occorre abbandonare delle nostre strutture, dei nostri atteggiamenti? A causa del suo atteggiamento difensivo, la Chiesa è stata spesso troppo centralizzatrice, e il Vaticano ha dominato la vita della Chiesa, cercando di controllare più del necessario. Il cardinal Basil Hume (1923-1999, benedettino ed ex arcivescovo di Westminster, NDLR), ha sempre detto che la Curia dovrebbe essere a servizio del governo della Chiesa, attuato dal papa e dai vescovi, e non i vescovi a servizio del governo della Chiesa amministrata dal papa e dalla Curia. Papa Francesco auspica di disfare quelle strutture di controllo eccessivo, che possono impedire le impulsioni libere dello Spirito. Abbiamo bisogno di istituzioni, certo. Nessuna comunità può esistere senza istituzioni, nemmeno una squadra di calcio. Ma il loro ruolo è responsabilizzare i cristiani, non di costringere. Come riorganizzarsi? Questa situazione porta a ridisegnare i rapporti tra responsabilità e sacerdozio? Ogni società in buona salute, come ogni istituzione, dà la parola ai diversi membri della comunità. Abbiamo soprattutto bisogno di trovare il modo di dare una voce forte alle donne nella vita e nell'assunzione di decisioni della Chiesa. Quindi penso sia venuto il momento di una creatività istituzionale, che possa aiutare a parlare e ad ascoltarci gli uni gli altri. La nuova organizzazione del Sinodo dei vescovi, come dovrebbe essere inaugurata in ottobre sul tema della famiglia, dovrebbe contribuire a questo. Lo stesso papa Francesco ha detto che occorre ripensare il modo di esercitare il potere nella Chiesa, che questo potere non deve essere così strettamente legato all'ordinazione. Non vuole clericalizzare le donne, ma declericalizzare la Chiesa. Ci lamentiamo della mancanza di vocazioni perché pensiamo troppo strettamente in termini di vocazioni al presbiterato e alla vita religiosa. Sono vocazioni magnifiche, ma ciascuno ha una vocazione, una chiamata da vivere pienamente uniti a Cristo e per il suo popolo. In che senso questa crisi può rappresentare un'opportunità per la Chiesa? All'avvicinarsi della sua morte e della sua resurrezione, Gesù è stato spogliato di molte cose. Non faceva più alcun miracolo, non era più il centro della folla, una figura circondata da sostenitori e ammiratori. È stato privato dei suoi discepoli che lo hanno rinnegato e sono fuggiti. E infine è stato spogliato dei vestiti e lasciato nudo sulla croce. Tutto questo ha aperto la via al dono inimmaginabile della Resurrezione. Così è per la Chiesa. Noi siamo spogliati nella nostra reputazione, della nostra autorità, della nostra posizione nella società, dei nostri membri. Ma dobbiamo osare credere che anche questo ci preparerà ad una nuova nascita per delle vie che non possiamo anticipare. È un'epoca appassionante per la Chiesa oggi. Si tratta certo di una crisi, evidentemente, ma non dimentichiamo che ci fu l'ultima Cena che è il sacramento della nostra speranza. 

*Timothy Radcliffe: domenicano, inglese, è stato maestro dell'ordine.

martedì 4 febbraio 2014

Consacrazione

Quando la Chiesa istituisce una giornata a tema, e per il 2015 addirittura un anno intero, vuol dire che ce n’è proprio bisogno. Stiamo parlando della giornata e dell’anno per i consacrati e le consacrate. La liturgia di questa domenica è davvero molto ricca e significativa, per questo vi lasciamo qualche spunto di riflessione a partire dal Vangelo di Luca 2,22-40.
Questo brano non riguarda i consacrati in senso stretto come siamo abituati a pensare (suore, sacerdoti, frati.. ecc), ma ciascuno di noi, consacrato, cioè riconosciuto come figlio di Dio a partire dal battesimo. La consacrazione quindi ci accomuna tutti, ci rende tutti figli di Dio.
Gesù nell’ottavo giorno, il giorno della circoncisione,  viene accolto formalmente nella comunità di Israele, vi appartiene giuridicamente. Il testo ci proietta subito, da questo momento della circoncisione, all’adempimento delle promesse che costituiscono l’essenza dell’alleanza tra Dio e Abramo, menzionando esplicitamente l’imposizione del nome Gesù, cioè “Dio salva”.
Dal quarantesimo giorno si susseguono altri 3 avvenimenti importanti dal punto di vista giuridico:
-        La purificazione di Maria
-        Il riscatto del figlio primogenito Gesù mediante il sacrificio prescritto dalla Legge
-        La presentazione di Gesù al Tempio
Maria offre un sacrificio di purificazione, com’era prescritto nel Levitico per i poveri: due colombe. Luca, il cui intero Vangelo è pervaso da una teologia dei poveri e della povertà, ci fa capire che la famiglia di Gesù era annoverata tra i poveri di Israele e proprio tra loro matura l’adempimento della promessa. Maria non ha bisogno di essere purificata, ma obbedisce alla Legge e serve così all’adempimento della promessa, alla purificazione del mondo portata dalla nascita di Gesù.
Il secondo avvenimento tratta del riscatto del primogenito, considerato proprietà incondizionata di Dio, che avveniva attraverso il pagamento di una somma in denaro ad un sacerdote. Luca mette insieme il riscatto con la presentazione, come a dire che questo bambino non  “ritorna” proprietà dei genitori, ma viene “consegnato” personalmente a Dio nel Tempio. La parola tradotta con “presentare” significa anche “offrire”, quasi un richiamo agli elementi del sacerdozio  e del sacrificio che avvengono nel Tempio. È importante che tutto questo sia avvenuto nel Tempio di  Gerusalemme, luogo dell’incontro tra Dio e il suo popolo: diviene ora anche il luogo dell’offerta pubblica di Gesù a Dio suo padre. Questo gesto in un certo senso lo ritroviamo oggi nei riti di consacrazione all’interno della vita religiosa, atti nei quali “i consacrati” offrono pubblicamente la loro vita a Dio: come a dire, ricordiamoci che siamo tutti un dono di Dio da “riconsegnare” nelle sue mani.

Nel Vangelo di Luca segue poi una scena profetica. Simeone e Anna, mossi dallo spirito di Dio, rappresentanti l’Israele credente, compaiono nel tempio per salutare Gesù. Simeone attende la consolazione di Israele, vive proteso verso la realtà redentrice di Colui che deve venire. La parola tradotta con consolazione è quella attribuita allo Spirito Santo “Paraclito” in Giovanni. Egli è l’uomo giusto e pio, che vive nella e della Parola di Dio.
Simeone è un uomo che spera e attende, è un uomo attento alle chiamate di Dio, alla sua presenza e per questo anche profeta; così dovrebbero essere anche i religiosi,  uomini e donne capaci di sperare perché attendono un incontro che verrà, presenti nel luogo dove Dio abita (allora il Tempio, oggi?), pronti a riconoscere in un povero bimbo la promessa attesa, profeti di salvezza per tutta l’umanità, annunciatori di Gesù “luce per rivelare Dio alle genti.”
Siamo quindi tutti chiamati a “presentare, riconsegnare” la nostra vita a Dio, sull’esempio di Gesù, Luce che rivela il volto del Padre, e la vita religiosa diventa per l’umanità “offerta pubblica”, riconsegna a Dio di se stessi per ricordare a tutti che apparteniamo a Dio, che siamo figli di Dio nel Figlio.  Il documento del Concilio Vaticano II Perfectae caritatis, sul rinnovamento della vita consacrata, chiedeva ai consacrati di vivere tale offerta nella “fedeltà al Signore, alla Chiesa, al proprio carisma e all’uomo d’oggi”.
Ricordavamo poco sopra che il 2015 sarà un anno dedicato alla Vita Consacrata: un tempo in cui Papa Francesco invita i religiosi a fare memoria grata del passato, ad abbracciare il futuro con speranza e a vivere il presente con passione.
Fare memoria grata del passato è riconoscere e confessare la propria debolezza, ma anche gridare con forza e gioia tutto il bene condiviso e vissuto!
Abbracciare il futuro con speranza è vivere questo tempo di crisi che opprime la società, le persone, la vita stessa come un momento favorevole (il Kairòs) per crescere in profondità, per un di più d’amore.

E, infine, vivere il presente con passione, ossia lasciandosi coinvolgere dalla vita di chi ci è accanto, entrando in comunione profonda, condividendo gioie e sofferenze, è ciò che rende bella la vita di chi anche oggi si pone al seguito di Gesù.

martedì 7 gennaio 2014

Fedeli di intuizioni

"Quanto a voi quello che avete udito da principio rimanga in voi. Se rimane in voi quello che avete udito, anche voi rimanete nel Figlio e nel Padre. E questa è la promessa che egli ci ha fatto: la vita eterna." 1Gv 2, 24-25

Per me i magi sono questi, uomini e donne di ogni tempo rimasti fedeli alla loro intuizione, ai loro sogni e ai loro desideri e quindi alla loro ricerca, alla loro sete.
Sono coloro, che come me, camminano tra la varia umanità con intelligenza e cuore, cercando di persona in persona, trovando meraviglia e stupore in un Dio che quotidianamente si mostra incarnato.
Sono coloro che non partono per un lungo viaggio da soli, che sanno creare comunità, ma soprattutto fraternità. Coloro che non si vergognano dei propri limiti, ma che sono disposti a tutto per accogliere come si conviene, non tanto con frivole cerimonie, ma con vero cuore sincero e disponibile, pronto ad andare incontro ad ogni tu.
Sono coloro che hanno alle spalle un cammino pieno di sbagli, ma che non si arrendono ad essi, anzi hanno l'infinita pazienza di ricominciare.
Sono coloro che proprio in virtù di questi sbagli fatti in buona fede, senza malizia o intenzione, sanno assumersi la responsabilità di quel che dicono o fanno, che sanno metterci la faccia perchè sanno quanta gioia o quanto dolore possono provocare.
Sì, i magi sono gente comune, impavidi concreti.
E infatti la stella, quell'intuizione spuntata nel loro cuore, li precede e si ferma. Sì, perchè la Verità non gioca a nascondino, ma si fa presente per essere incontrata perchè si provi gioia grandissima.
Sono coloro che sanno che la vita non è la conquista di un attimo, ma una serie di tappe d'eternità. Per questo dopo aver visto la Madre e il Bambino non si conclude tutto come in una favola: " Vissero felici e contenti " ma dopo aver offerto doni tornano per un altra via.
Sì perchè per chi lo ha trovato e vuole rimanere con Lui, per non perderlo, per non perdersi, è necessario cambiare strada, modo di fare, parole da usare, idee per cui battersi.
Ci vuole una grande forza d'animo per non tornare da quell'Erode cinico, disprezzante, antagonista violento dei sogni più innocenti e freschi che spesso coltiviamo dentro di noi.
Sono fortunata...nel mio cammino di ricerca ho trovato tanti tu che mi hanno insegnato ad essere una cristiana come Dio comanda, cercatori di Dio che mi hanno accompagnato nelle mie prime ricerche di giustizia, che mi hanno insegnato a cercare bene, a scovare abissi di cielo e di cuore laddove sembrava esserci solo steppa.
Amici che hanno arricchito i miei doni, coerenti compagni protettori di sogni da tutti i maliziosi - calunniosi - violenti Erode che qui e là mandano eserciti a compiere stragi di innocenti.
Sono fortunata perchè insieme a loro ho scoperto che stare attenti ai segni dei tempi vuol semplicemente dire cercare Dio, oggi e sempre, a qualunque prezzo.

domenica 22 dicembre 2013

Andiamo a Betlem



Andiamo fino a Betlem, come i pastori.  L'importante è muoversi.
Per Gesù Cristo vale la pena lasciare tutto: ve lo assicuro. E se, invece di un Dio glorioso, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, con tutte le connotazioni della miseria, non ci venga il dubbio di aver sbagliato percorso.
Perché, da quella notte, le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi dell'onnipotenza di Dio. Anzi, da quel Natale, il volto spaurito degli oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l'amarezza di tutti gli ultimi della terra, sono divenuti il luogo dove egli continua a vivere in clandestinità.
A noi il compito di cercarlo.
E saremo beati se sapremo riconoscere il tempo della sua visita.
Mettiamoci in cammino, senza paura.
Il Natale di quest'anno ci farà trovare Gesù e, con Lui, il bandolo della nostra esistenza redenta, la festa di vivere, il gusto dell'essenziale, il sapore delle cose semplici, la fontana della pace, la gioia del dialogo, il piacere della collaborazione, la voglia dell'impegno storico, lo stupore della vera libertà, la tenerezza della preghiera.
Allora, finalmente, non solo il cielo dei nostri presepi, ma anche quello della nostra anima sarà libero di smog, privo di segni di morte, e illuminato di stelle.
E dal nostro cuore, non più pietrificato dalle delusioni, strariperà la speranza.
Don Tonino Bello

lunedì 16 dicembre 2013

Vieni sempre!



Vieni di notte,
ma nel nostro cuore è sempre notte:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni in silenzio,
noi non sappiamo più cosa dirci:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni in solitudine,
ma ognuno di noi è sempre più solo:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni, figlio della pace,
noi ignoriamo cosa sia la pace:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni a liberarci,
noi siamo sempre più schiavi:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni a consolarci,
noi siamo sempre più tristi:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni a cercarci,
noi siamo sempre più perduti:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni, tu che ci ami,
nessuno è in comunione col fratello
se prima non lo è con te, Signore.
Noi siamo tutti lontani, smarriti,
né sappiamo chi siamo, cosa vogliamo:
vieni, Signore.
Vieni sempre, Signore.

(Padre David Maria Turoldo)

domenica 8 dicembre 2013

E’ tempo, amico

Certo per me, amico, è tempo
di appendere la cetra
in contemplazione
e silenzio.

Il cielo è troppo alto
e vasto
perché risuoni di questi
solitari sospiri.

Tempo è di unire le voci,
di fonderle insieme
e lasciare che la grazia canti
e ci salvi la Bellezza.

Come un tempo cantavano le foreste
tra salmo e salmo
dai maestosi cori
e il brillio delle vetrate
e le absidi in fiamme.

E i fiumi battevano le mani
al Suo apparire dalle cupole
lungo i raggi obliqui della sera;
e angeli volavano sulle case
e per le campagne e i deserti
riprendevano a fiorire.

                        (Padre David Maria Turoldo)