giovedì 8 maggio 2014

Affettività ed Eucaristia



Pubblichiamo a partire da oggi e per i prossimi giovedì un intervento di p. Timothy Radcliffe, già Maestro Generale dei domenicani, alle «Giornate nazionali di pastorale giovanile vocazionale» della Conferenza dei religiosi spagnoli, a Madrid (2004).
E’ un testo interessante per gli spunti di riflessione che offre, per lo sguardo estremamente concreto e reale sull’Eucaristia e sull’amore che in essa viene offerto, sulla nostra stessa capacità di amare. Sarebbe bello condividere i nostri pensieri, le nostre reazioni a quanto leggeremo: apriamo volentieri un dialogo, un confronto.. Buona lettura e condivisione!

Non sono sicuro del significato esatto della parola «affettività» in spagnolo. In inglese affectivity implica non solo la capacità di amare, ma anche il nostro modo di amare in quanto dotati di sessualità, dotati di emozioni, corpo e passioni. Nel cristianesimo parliamo molto di amore, ma dobbiamo amare come siamo, con la nostra sessualità, i desideri, le forti emozioni, la necessità di toccare e stare vicini all’altro.
È strano che non ci venga bene parlare di questo, perché il cristianesimo è la più corporale delle religioni. Crediamo che è stato Dio a creare questi corpi e a dire che erano cosa molto buona.
Dio si è fatto corpo fra di noi, essere umano come noi. Gesù ci ha dato il sacramento del suo corpo e ha promesso la resurrezione dei nostri corpi. Sicché dovremmo sentirci a casa nella nostra natura corporale, appassionata... e a nostro agio nel parlare di affettività!
Eppure quando la Chiesa parla di queste cose, la gente non rimane convinta. Non abbiamo abbastanza autorità quando parliamo di sesso! Dio si è incarnato in Gesù Cristo, ma forse noi stiamo ancora imparando ad incarnarci nei nostri stessi corpi. Dobbiamo scendere dalle nuvole!
Una volta san Crisostomo, che stava predicando sul sesso, notò che alcuni arrossivano e si indignò: “Perché vi vergognate? L’argomento non è puro? Vi state comportando come eretici” (12ma omelia sull’epistola ai Colossesi). Pensare che il sesso faccia repulsione è un fallimento dell’autentica castità e, secondo nientemeno che san Tommaso d’Aquino, un difetto morale! (II, II, 142. 1). Dobbiamo imparare ad amare per quello che siamo, esseri dotati di sessualità e di passioni - a volte un po’ disordinati - o non avremo niente da dire su Dio, che è amore.
Voglio parlare di Ultima Cena e sessualità. Può sembrare un po’ strano, ma pensateci un momento. Le parole centrali dell’Ultima Cena sono state: «Questo è il mio corpo, offerto per voi». L’eucarestia, come il sesso, è centrata sul dono del corpo. Vi rendete conto che la prima lettera di san Paolo ai Corinzi si muove fra due temi, la sessualità e l’eucarestia? Ed è così perché Paolo sa che abbiamo bisogno di capire l’una alla luce dell’altra. Comprendiamo l’Eucarestia alla luce della sessualità e la sessualità alla luce dell’Eucarestia.
Per la nostra società è molto difficile capire questo perché tendiamo a vedere i nostri corpi semplicemente come oggetti che ci appartengono. L’altro giorno vidi un libro sul corpo umano che si intitolava: Uomo: tutti i modelli, forme, misure e colori. Manuale dell’utente Haynes per proprietari (Haynes è la stampa di una serie di manuali di tutte le marche di automobili). Era il tipo di manuale del proprietario che ti danno con un’automobile o una lavatrice. Se pensi al tuo corpo in questo modo, come la cosa più importante che possiedi insieme ad altre cose, allora gli atti sessuali non sono particolarmente significativi. Posso fare quel che mi pare con le mie cose se non faccio male a nessuno. Posso usare la mia lavatrice per mescolare pitture o impastare. È mia. E dunque, perché non posso fare quello che voglio con il mio corpo? 
È un modo naturale di pensare perché, a partire dal XVIII secolo, abbiamo assolutizzato quanto basta i diritti di proprietà. Essere umani è possedere.
Ma l’Ultima Cena guarda ad una tradizione più antica e più saggia. Il corpo non è solo una cosa che possiedo, sono io, è il mio essere come dono ricevuto dai miei genitori e dai loro prima di loro e, in ultima istanza, da Dio. Per questo quando Gesù dice «Questo è il mio corpo, offerto per voi» non sta disponendo di qualcosa che gli appartiene, sta passando agli altri il dono che lui è.
Il suo essere è un dono del Padre che Egli sta trasmettendo.

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